Metodo

Vibe coding: dal caos alle specifiche

Perché scrivere prompt su prompt senza un piano finisce per rompere tutto, e come se ne esce.

Il problema del vibe coding

Il ciclo è noto a chiunque abbia usato Claude, Copilot o simili senza un piano: scrivi un prompt vago tipo "fammi una dashboard", l'IA genera, tu noti che qualcosa non va, chiedi una correzione, l'IA la fa ma ne rompe un'altra. Dopo un po' la chat sembra più una lite di coppia che una sessione di lavoro. Il motivo non è che l'IA "impazzisce": è che un prompt del genere non contiene requisiti, vincoli, né cosa NON deve toccare.

Più la conversazione si allunga, più il modello perde il filo del contesto e comincia a generare cose mai richieste — quello che sembra "allucinazione" spesso è semplicemente la conseguenza di non aver dato un piano chiaro fin dall'inizio.

La soluzione: le specifiche

Lo sviluppo software tradizionale non parte mai dal codice, parte dal capire il problema — è quello che l'SDLC (Software Development Life Cycle: il processo che va dall'analisi dei requisiti al rilascio, passando per test e manutenzione) insegna da decenni. Con l'IA generativa molti hanno saltato questo passo, generando codice prima di sapere davvero cosa volevano costruire.

Scrivere test aiuta ("hai costruito la cosa giusta?" diventa verificabile), ma non basta: i test dicono se il codice fa quello che gli hai chiesto, non se gli hai chiesto la cosa giusta. Per quello serve una spec scritta prima, anche minima — requisiti, confini, cosa resta fuori — che trasforma il prompt da vibe a piano di lavoro.

Esempi pratici

Fonti: Vibe Coding: Endgame su DEV Community